Una vita tra documenti e leggenda
Su Gurdjieff i fatti certi sono pochi, e lui stesso fece di tutto per confonderli. Nacque ad Alexandropol (oggi Gyumri, in Armenia) da padre greco e madre armena, in una data incerta che le fonti collocano tra il 1866 e il 1877: il padre era un ashokh, un bardo-cantastorie della tradizione orale caucasica, e questa infanzia immersa in un mondo ancora premoderno — racconti epici, mestieri artigiani, religiosità popolare — segnò profondamente il suo modo di insegnare.
Di ciò che fece tra i vent'anni e i quarant'anni sappiamo soprattutto quello che lui volle raccontare in Incontri con uomini straordinari: anni di viaggi attraverso Asia centrale, Egitto, Tibet e Medio Oriente con un gruppo di compagni che chiamò i "Cercatori di Verità", alla ricerca di frammenti di una conoscenza antica conservata in monasteri e confraternite. Quanto ci sia di letterale e quanto di allegorico in questi racconti è impossibile stabilirlo — ed è probabilmente la domanda sbagliata: il libro è costruito, dichiaratamente, come un insegnamento in forma di racconto, non come un'autobiografia documentaria.
I fatti verificabili cominciano intorno al 1912, quando Gurdjieff compare a Mosca e comincia a raccogliere allievi. Nel 1915 lo incontra P.D. Ouspensky, matematico e giornalista già famoso in Russia: dal loro sodalizio — otto anni di lavoro, poi una separazione mai del tutto ricomposta — nascerà Frammenti di un insegnamento sconosciuto, la fonte più sistematica che possediamo sulle idee di Gurdjieff. La rivoluzione del 1917 travolge tutto: Gurdjieff guida i suoi allievi in un'odissea attraverso il Caucaso in guerra — Essentuki, Tiflis, Costantinopoli — fino ad approdare, nel 1922, in Francia.
Il Prieuré: l'Istituto per lo Sviluppo Armonico dell'Uomo
Ad Avon, presso Fontainebleau, Gurdjieff acquista un'antica proprietà, il Prieuré, e vi fonda l'Istituto per lo Sviluppo Armonico dell'Uomo. Non è una scuola nel senso corrente: gli allievi — intellettuali russi emigrati, inglesi e americani colti, artisti — vivono in comunità, svolgono lavori fisici intensi e spesso deliberatamente frustranti, studiano le danze sacre (i "Movimenti", coreografie di straordinaria complessità che Gurdjieff diceva di aver raccolto nei monasteri d'Asia), e ascoltano la musica che Gurdjieff compone insieme al pianista Thomas de Hartmann — centinaia di brani oggi incisi e studiati anche fuori dai circoli gurdjieffiani.
Al Prieuré arriva anche, celebre e malata di tubercolosi, la scrittrice Katherine Mansfield, che vi muore nel gennaio 1923: un episodio che la stampa dell'epoca usò contro Gurdjieff, ma che le lettere della Mansfield raccontano diversamente — vi trascorse le ultime settimane serena, e vi si sentì accolta.
Nel luglio 1924 un grave incidente d'auto quasi uccide Gurdjieff. Convalescente, ridimensiona drasticamente l'Istituto e sposta il baricentro del suo lavoro sulla scrittura: nasce la trilogia Del Tutto e di Tutto — I racconti di Belzebù a suo nipote, Incontri con uomini straordinari, La vita è reale solo quando "Io Sono" — pubblicata quasi interamente postuma. Muore a Neuilly il 29 ottobre 1949; è sepolto ad Avon.
Le tre vie tradizionali e la quarta
Il nome "Quarta Via" — reso popolare da Ouspensky, che lo scelse come titolo di un suo libro — nasce da una classificazione che Gurdjieff proponeva delle vie tradizionali di sviluppo interiore.
La via del fachiro lavora sul corpo: attraverso posture, austerità e dolore fisico sviluppa una volontà sovrumana — ma lascia incolti il sentimento e l'intelletto. La via del monaco lavora sul sentimento: fede, devozione, obbedienza — ma corpo e mente restano indietro. La via dello yogi lavora sulla mente: conoscenza, concentrazione, studio — ma il sapere senza essere resta sterile. Tutte e tre, osservava Gurdjieff, esigono la stessa cosa come primo passo: abbandonare la vita ordinaria — famiglia, lavoro, mondo — per ritirarsi altrove.
La quarta via non lo richiede. Si pratica nelle condizioni esatte in cui una persona si trova, perché quelle condizioni — il lavoro, le relazioni, le difficoltà quotidiane — sono precisamente il materiale su cui lavorare. Lavora sui tre centri simultaneamente, non su uno solo. Non ha forme permanenti, monasteri, gerarchie stabili: le scuole della quarta via, diceva Gurdjieff, appaiono, compiono un lavoro specifico e scompaiono. E richiede, a differenza della fede del monaco, la comprensione: nulla va accettato senza verifica. Gurdjieff la chiamava anche "la via dell'uomo astuto" (the way of the sly man): l'uomo astuto non paga il prezzo enorme del ritiro dal mondo — ha imparato a estrarre dalla vita ordinaria, con uno sforzo mirato al punto giusto, ciò che il fachiro ottiene con anni di torture.
L'uomo che dorme: macchina, molti «io», identificazione
La psicologia della Quarta Via parte da tre affermazioni che vanno prese nel loro senso tecnico, non come metafore.
L'uomo è una macchina. Nello stato ordinario, tutto "accade": reagiamo agli stimoli secondo abitudini fissate — ci offendiamo, desideriamo, opiniamo — senza che nulla di ciò sia scelto. Non "facciamo": avviene.
L'uomo non è uno. Non esiste un "io" permanente: esistono centinaia di piccoli "io" che si alternano al comando — l'io che decide la dieta la sera non è quello che apre il frigorifero la notte — e ciascuno firma cambiali che gli altri dovranno pagare. L'illusione di unità è mantenuta da quelli che Gurdjieff chiamava "respingenti" (buffers), ammortizzatori psichici che ci impediscono di vedere le nostre contraddizioni.
L'uomo dorme. Lo stato che chiamiamo veglia è, tecnicamente, un "sonno vigile": viviamo identificati — assorbiti totalmente in ciò che ci accade, nei pensieri associativi, nelle emozioni negative — senza presenza a noi stessi. Il rimedio ha un nome preciso: ricordo di sé (self-remembering), l'atto di dividere l'attenzione tra ciò che si sta facendo e la percezione di sé che lo sta facendo. Sembra banale; chi ci prova scopre — è l'esperimento che convinse Ouspensky — che non riusciamo a mantenerlo per più di qualche secondo. Su questo punto la Quarta Via si collega alla legge d'ottava e alla filosofia dello shock cosciente di cui abbiamo scritto nell'articolo sull'ennéagramma: il ricordo di sé è esattamente lo "shock addizionale" che permette a un processo interiore di non deviare.
I tre centri e l'uomo equilibrato
Per Gurdjieff l'uomo è una macchina a tre piani: il centro intellettuale (pensiero), il centro emozionale (sentimento) e il centro motorio-istintivo (corpo). Ogni centro ha la propria intelligenza, la propria velocità — l'emozionale è enormemente più rapido dell'intellettuale — e il proprio modo di sbagliare: gran parte del disordine interiore nasce dal fatto che i centri lavorano l'uno al posto dell'altro, come quando si tenta di risolvere con il pensiero un problema che è del corpo, o si "pensa" con le emozioni. Lo sviluppo armonico — il nome stesso dell'Istituto di Fontainebleau — è il riequilibrio dei tre centri, non l'ipertrofia di uno solo: ed è il motivo per cui al Prieuré si alternavano studio, lavoro manuale pesante e Movimenti, che obbligano i tre centri a lavorare insieme e a velocità piene.
Su questa base Gurdjieff costruiva anche la distinzione tra essenza — ciò con cui si nasce, ciò che è veramente proprio — e personalità — ciò che è stato importato da fuori: educazione, imitazioni, opinioni altrui. Nell'uomo moderno la personalità è ipertrofica e l'essenza spesso ferma all'infanzia: il lavoro consiste, in parte, nel far crescere ciò che è autentico a spese di ciò che è appreso.
Il lavoro su di sé: che cosa si fa, concretamente
"Lavoro" è la parola che i gurdjieffiani usano più spesso, e non a caso è un termine da officina. In pratica comprende: l'auto-osservazione non giudicante (vedere la macchina in funzione, senza pretendere subito di cambiarla); il ricordo di sé negli atti quotidiani; la non-espressione delle emozioni negative — non repressione, ma rinuncia al piacere segreto di esprimerle; lo sforzo cosciente e la sofferenza intenzionale (fare deliberatamente il piccolo sforzo in più che la meccanicità eviterebbe; rinunciare volontariamente a una comodità psicologica, prima fra tutte l'auto-commiserazione); e il lavoro in gruppo, perché — insisteva Gurdjieff — da soli non ci si può svegliare: ci si riaddormenta, e serve qualcuno che scuota.
È un punto che distingue nettamente la Quarta Via dallo spiritualismo consolatorio: non promette pace, promette attrito. È dall'attrito tra il "sì" e il "no" interiori, diceva Gurdjieff, che nasce il fuoco capace di fondere i molti "io" in qualcosa di unitario.
Le linee di trasmissione
Alla morte di Gurdjieff il lavoro passò nelle mani di Jeanne de Salzmann, la sua più stretta collaboratrice, che fondò le Fondazioni Gurdjieff di Parigi, New York e Londra — tuttora attive — e curò la trasmissione dei Movimenti e della musica. Accanto alla linea "ufficiale", l'insegnamento si diramò attraverso figure autonome: Ouspensky (la sistemazione teorica), J.G. Bennett (l'apertura sperimentale, con la scuola di Sherborne House su cui torneremo), Maurice Nicoll (il monumentale commento psicologico in cinque volumi). È una storia di trasmissione insolitamente viva: a più di settant'anni dalla morte del fondatore, i gruppi della Quarta Via esistono in quasi ogni grande città del mondo.
Gurdjieff nella cultura, nell'arte e nello spettacolo
Ed è qui che la storia prende una piega che pochi si aspettano. Per un insegnamento che non ha mai fatto proselitismo, che ha pubblicato pochissimo e ha sempre diffidato della popolarità, la Quarta Via ha lasciato un'impronta sproporzionata sulla cultura del Novecento — quasi sempre attraverso singole persone di talento che vi si dedicarono seriamente, e che ne portarono i principi dentro il proprio mestiere.
La musica: Fripp, Gabriel, Kate Bush, Jarrett
Il caso più documentato e più radicale è quello di Robert Fripp. Nel 1974, all'apice del successo, il chitarrista scioglie i King Crimson e nel 1975 si iscrive al corso residenziale di J.G. Bennett alla International Academy for Continuous Education di Sherborne House: dieci mesi di lavoro in stile Prieuré — studio, fatica fisica, esercizi di attenzione. L'esperienza gli riorganizza la vita: quando torna alla musica, il metodo è cambiato per sempre. Nel 1985 fonda Guitar Craft, una scuola di chitarra costruita esplicitamente sui principi del lavoro della Quarta Via — la disciplina come strumento di presenza, l'esercizio "fare una cosa sola con tutta l'attenzione", il gruppo come specchio — da cui usciranno la League of Crafty Guitarists e migliaia di allievi. Non è un caso che l'album con cui rifondò i King Crimson nel 1981 si intitoli, semplicemente, Discipline.
Peter Gabriel, negli stessi anni, si accostò alle idee di Gurdjieff e Ouspensky dopo l'uscita dai Genesis, e ne ha riconosciuto l'influenza in più interviste: il tema del risveglio dal sonno quotidiano e della costruzione di un "io" reale attraversa in filigrana la sua produzione solista. E una traccia esplicita, quasi letterale, si trova in Kate Bush: nel brano Them Heavy People (dall'album d'esordio The Kick Inside, 1978) canta testualmente «They read me Gurdjieff and Jesu» — un ringraziamento in musica alle "persone profonde" che le avevano aperto quel mondo.
Sul versante colto, il pianista Keith Jarrett ha inciso per ECM nel 1980 Sacred Hymns of G.I. Gurdjieff, un intero album dedicato alle musiche composte da Gurdjieff con Thomas de Hartmann — portandole all'attenzione di un pubblico jazz e classico che non aveva mai sentito nominare il maestro armeno. E in Italia, come abbiamo raccontato nell'articolo sull'ennéagramma, il tramite fu Franco Battiato: sette anni di lavoro con Henri Thomasson, la casa editrice L'Ottava, e concetti gurdjieffiani — il centro di gravità permanente, i pensieri associativi — canticchiati inconsapevolmente da milioni di persone.
La letteratura: da Orage a Mary Poppins
L'impatto letterario fu immediato e passò in gran parte da un uomo: A.R. Orage, direttore della rivista londinese The New Age e considerato una delle migliori intelligenze critiche della sua generazione. Nel 1922 Orage vendette la rivista, chiuse la propria carriera e si presentò al Prieuré — dove Gurdjieff lo mise a scavare fossati. Divenne poi il rappresentante di Gurdjieff a New York e il curatore della prima stesura inglese dei Racconti di Belzebù.
Intorno a lui gravitano storie sorprendenti. Katherine Mansfield, come si è detto, scelse il Prieuré per le sue ultime settimane. Margaret Anderson — la fondatrice della Little Review, la rivista che per prima pubblicò a puntate l'Ulisse di Joyce — dedicò a Gurdjieff decenni di studio e un libro di memorie. Jean Toomer, autore di Cane e voce di punta della Harlem Renaissance, divenne egli stesso conduttore di gruppi gurdjieffiani a Harlem e Chicago. In Francia, René Daumal — allievo di Alexandre e Jeanne de Salzmann — trasformò il lavoro in letteratura con Il Monte Analogo, il romanzo-allegoria incompiuto della scalata interiore, divenuto un classico. E c'è il caso, delizioso, di P.L. Travers: l'autrice di Mary Poppins fu una gurdjieffiana devota per tutta la vita — e più di un critico ha notato quanto la tata "severa e magica" che scende tra gli uomini per rimetterli in ordine assomigli a un'idea della Quarta Via travestita da favola.
L'architettura: Frank Lloyd Wright e Taliesin
Nel 1924, a un balletto a Chicago, Frank Lloyd Wright incontra Olgivanna Hinzenberg, danzatrice montenegrina formatasi al Prieuré, dove insegnava i Movimenti. Diventerà la sua terza moglie — e porterà nel sodalizio anche il metodo: la Taliesin Fellowship, la comunità-scuola di architettura fondata dai Wright nel 1932, ricalca in modo riconoscibile il modello del Prieuré, con gli apprendisti impegnati tanto al tavolo da disegno quanto nei campi e in cucina. Gurdjieff stesso fu ospite a Taliesin negli anni Trenta, e Wright ne parlò pubblicamente con ammirazione.
Teatro e cinema: Brook, Grotowski, Jodorowsky
Il regista Peter Brook, tra i massimi uomini di teatro del secondo Novecento, fu per decenni legato alla Fondazione Gurdjieff di Parigi, e nel 1979 portò sullo schermo Incontri con uomini straordinari, girato in Afghanistan con la collaborazione di Jeanne de Salzmann: resta l'unico film "ufficiale" del movimento, prezioso anche per le sequenze finali di Movimenti autentici. L'eco gurdjieffiana è riconoscibile anche nel laboratorio teatrale di Jerzy Grotowski, che nella sua ultima fase — "l'arte come veicolo" — citava esplicitamente Gurdjieff tra i riferimenti del lavoro dell'attore su di sé. E il cinema visionario di Alejandro Jodorowsky chiude il cerchio in modo curioso: La montagna sacra (1973), con il suo gruppo di discepoli guidati da un alchimista verso la vetta, è dichiaratamente ispirato al Monte Analogo di Daumal — Gurdjieff che arriva a Hollywood passando per la poesia francese.
Un'eredità carsica
Messe in fila, queste tracce disegnano un modello ricorrente: la Quarta Via non ha quasi mai influenzato la cultura direttamente — l'ha fatto attraverso praticanti che erano anche artisti di primo piano, e che ne hanno tradotto i principi nel proprio linguaggio, spesso senza nominarla. È un'influenza carsica: scompare e riaffiora, come un fiume sotterraneo — perfettamente in stile con un insegnamento che diffidava delle forme permanenti.
Uno sguardo radiestesico
Gurdjieff non praticò mai radiestesia, e sarebbe scorretto arruolarlo postumo. Ma chi lavora con il pendolo riconosce nella psicologia della Quarta Via una descrizione precisa del problema centrale dell'operatore: la qualità della risposta radiestesica dipende dallo stato di chi tiene lo strumento. L'"identificazione" gurdjieffiana — il desiderio che la risposta sia una certa risposta, il pensiero associativo che corre avanti, l'emozione che inquina la domanda — è esattamente ciò che in radiestesia chiamiamo autosuggestione e proiezione mentale. Il ricordo di sé, la divisione dell'attenzione, la neutralità emotiva verso il risultato: comunque li si voglia chiamare, sono prerequisiti che ogni radiestesista serio coltiva, e su cui la Quarta Via offre una cassetta degli attrezzi di rara concretezza. Come sempre: non un dato misurabile, ma un'ipotesi di lavoro da verificare nella propria pratica.
In una frase
La Quarta Via è la proposta di Gurdjieff per chi non può o non vuole lasciare il mondo: usare la vita ordinaria — con i suoi attriti, i suoi doveri e le sue occasioni — come monastero, laboratorio e materiale del proprio risveglio; e la sua influenza, da Fripp a Mary Poppins, dimostra quanto lontano possa arrivare un insegnamento che non ha mai cercato pubblicità.
Bibliografia commentata
Una selezione commentata per chi desidera approfondire — dalle fonti primarie alle ramificazioni culturali.
🇮🇹 In italiano
- P.D. Uspenskij, Frammenti di un insegnamento sconosciuto (Astrolabio Ubaldini, Roma, 1976). La fonte sistematica per eccellenza sulle idee di Gurdjieff.
- P.D. Uspenskij, La Quarta Via (Astrolabio, Roma, 1974). Domande e risposte dai gruppi di Ouspensky: il libro che diede il nome alla via.
- G.I. Gurdjieff, Incontri con uomini straordinari (Astrolabio Ubaldini). L'autobiografia-insegnamento, in parte romanzata.
- G.I. Gurdjieff, I racconti di Belzebù a suo nipote (ed. it. L'Ottava). L'opera maggiore: volutamente difficile, da leggere — diceva l'autore — tre volte.
- R. Daumal, Il Monte Analogo (Adelphi). Il capolavoro letterario nato dal lavoro della Quarta Via.
📚 Testi primari consigliati in qualsiasi lingua
Per la Quarta Via il percorso di lettura classico è: prima Frammenti di un insegnamento sconosciuto (il sistema completo, nella forma più chiara), poi La Quarta Via (il lavoro pratico nei gruppi), e solo dopo — con pazienza — I racconti di Belzebù, che Gurdjieff scrisse deliberatamente in modo da non poter essere letto meccanicamente. Chi è incuriosito dal versante culturale può partire invece da The Harmonious Circle di James Webb, dal film di Peter Brook (1979) e dall'album Sacred Hymns di Keith Jarrett.